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Recupero opere della "Torre del Garigliano"

La Torre di Panldolfo Capodiferro si trovava sulla sponda sinistra del fiume Garigliano a circa 500 metri dalla foce. Fu costruita a memoria della battaglia del 915, capitanata da papa Giovanni X, con la quale furono definitivamente sconfitti e scacciati i saraceni, che per alcuni decenni si erano stabiliti nella piana del Garigliano ed avevano compiuto numerose scorrerie e saccheggi in molte località dell’Italia centrale. La torre era considerata tra i monumenti più importanti dell’architettura longobarda del X secolo. Fu restaurata e in seguito adibita a museo dall’illustre cittadino minturnese Senatore Pietro Fedele che ne curò personalmente l’ordinamento espositivo al fine di documentare la storia e la cultura della regione aurunca. Nel museo furono esposti numerosi reperti archeologici di eccezionale valore artistico e storico. Purtroppo, l’edificio fu distrutto e totalmente raso al suolo nell’inverno del 1943 dai soldati tedeschi in ritirata. Prima di distruggere la torre i tedeschi portarono via gran parte dei reperti, provenienti massimamente dalla zona, che vi erano custoditi. Numerosi oggetti andarono distrutti insieme alla torre. Parte dei beni artistici sottratti dalla Torre Pandolfa vennero restituiti dal tenente tedesco Georg Ehring all’Archivio di Stato di Roma, ma di molti reperti, purtroppo, si sono perse le tracce. Iniziativa Sociale ha avviato da tempo un progetto per il recupero delle opere d’arte, d’inestimabile valore, collezionate da Pietro Fedele e poste nella Torre Pandolfa che era stata adibita a museo della regione Aurunca. Sono stati già pubblicati e saranno prossimamente diffusi in ulteriori siti italiani e stranieri specifici annunci per cercare indizi e per avere informazioni utili per recuperare le opere scomparse. Una volta individuate e recuperate le opere saranno raccolte al fine di realizzare il Museo Civico Cittadino.

Collezione Fedele, riprende la caccia

E’ un destino che comincia con la caduta dell’Impero romano. Quella che era una fiorente città divenne rapidamente un luogo di fantasmi, le doviziose case bassi scheletri, i ricchi luoghi pubblici - terme, templi, teatro e anfiteatro - rovine desertificate. I materiali di cui Minturnae era costruita e adornata presero la via della collina, per aiutare a costruire e adornare Minturno. Quelli che rimasero furono vandalizzati nel corso della guerra greco-gotica, poi dalle scorrerie di popoli d’ogni provenienza, fino ai Saraceni. Ma prima di essi altre cose erano state condotte tra le protette mura di Gaeta. Poi il lungo silenzio, fino a quando i Borboni, nel Settecento, non scoprirono nell’archeologia un filone importante per fare eleganza ma anche per fare soldi coi mercanti d’arte europei. Gli scavi del Nugent sono rimasti famosi, e ancor più famosa la storia di decine di statue che con lui presero la via del nord e che ora fanno ricco il museo archeologico di Zagabria. Anche il museo di Philadelphia conserva la sua quota di reperti minturnesi, frutto degli scavi di Jotham Johnson, a fine anni Trenta. Poi la guerra, e altri saccheggi e distruzioni. La Torre di Pandolfo Capodiferro fu ridotta a un cumulo di macerie, ma i Tedeschi erano amanti d’arte e la collezione di beni preistorici, aurunci, romani, medievali che vi era stata realizzata dal senatore Pietro Fedele, ministro della Pubblica istruzione, fu impacchettata e per la massima parte inviata nella madrepatria germanica. Ora costituiscono una cospicua parte del catalogo dei beni ricercati dal Nucleo per il Patrimonio artistico. Sono sette-ottocento pezzi, piccoli, assai più difficili da rintracciare rispetto alla Diana cacciatrice scoperta nel museo di Treviri e in procinto di rientrare in Italia, a Napoli. A quest’ultimo proposito, Provincia e Apt di Latina hanno inviato al Ministero per i beni Culturali, alla Soprintendenza archeologica del Lazio e all’Assessorato regionale alla Cultura telegrammi che sollecitano interventi per riattribuire a Minturno la statua, dirottandola da Napoli. L’azione dei due enti provinciali affianca quella del Comune di Minturno che già aveva mosso i suoi passi. Provincia ed Apt sostengono le buone ragioni di Minturno sottolineando che il comune aurunco vanta «un diritto naturale» alla restituzione. Ma ora che Margareth Koenig, direttrice del museo di Treviri, ha riconosciuto il buon diritto italiano a riottenere le prede belliche, è da auspicare altrettanta sensibilità per recuperare almeno parte dei pezzi provenienti dalla collezione Fedele. Ma per ridare a Minturnae quello che le compete è necessario che rientrino anche i beni raccolti in dieci anni di indagini subacquee dall’archeologo americano Ruegg, ancora fuori sede per essere studiati. Ed è necessario che si pensi ad un grande museo che raccolga tutta questa ricchezza e restituisca piena dignità a una delle più importanti città aurunche.

Data : 24/01/2003 4.24.50 da Lenola2000.it